Il Salottino di Sara con... Sara Braghin!

Buongiorno, amici lettori!
Oggi torniamo con una nuova puntata del mio salottino, ma questa è un'occasione speciale perchè già conosco l'autrice e condividiamo anche lo stesso lo nome. Oh si, sarà il Salottino di Sara in compagnia di un'altra Sara, una Saretta di cui ho già avuto modo di leggere i libri e vi assicuro che ha una penna decisamente fantastica e porta una ventata di novità con le sue opere. Ma siamo qua per scoprire di più su di lei attraverso le sue stesse parole, quindi...

🎙 Parola all'autrice! 🎙

Mi chiamo Sara Braghin e sono una fervida sognatrice. Ho sempre amato chiudere gli occhi e fantasticare su trame alternative di questa vita così bidimensionale. O forse è più corretto dire che ho sempre amato salire su quel famoso treno chiamato immaginazione e viaggiare fino a dimenticarmi il punto di partenza.


Le mie storie cominciano dai personaggi. Io non riesco a raccontarle se prima non faccio amicizia con loro. Dobbiamo andare d’accordo, nel senso che io ascolto prendendo appunti e loro devono parlarmi senza remore, senza aver paura di essere giudicati.

Diretta e cruda, così definiscono la mia scrittura, scomoda, irriverente, perché i miei personaggi sono i primi a esserlo dicendo le cose esattamente come stanno: accartocciate e gettate a terra, là, dove chiunque può calpestarle.

Quello di cui ho bisogno è sapere che sono umani. Vigliacchi, egoisti, depressi, ipocriti, schiavi delle dipendenze, malvoluti, squattrinati, eppure con un cuore grande così. Ognuno di loro ha un obiettivo, opinabile o meno, che lo fa agire e scegliere, che non viene mai perso di vista dall’inizio alla fine, scatenando coerenza nell’instabilità più cieca. Sono un ossimoro: di vizi e altruismo, di violenza e amicizia, di rancore e perdono.


Sebbene il mio primo romanzo, “Storia di una bugia”, abbia trovato casa nel 2024, i protagonisti li ho sempre avuti chiari sin dalla mia adolescenza. Tre scapestrati che non hanno niente in comune se non la testardaggine, la voglia mordace di respirare a pieni polmoni. Mi hanno mostrato il finale della loro avventura, e io ho semplicemente cercato di capire perché diamine si fossero trovati lì, tutti nella stessa stanza, con un uomo che gli puntava una pistola addosso. È stata dura tentare di districare quel loro groviglio di accadimenti perché parlavano l’uno sopra l’altro insultandosi e raccontandomi la versione falsa della storia.

Crowley, il protagonista della mia seconda opera “I Tritarifiuti”, credo però sia il vero emblema della mia sfacciataggine. Lui si è stravaccato immediatamente sulla sedia accanto alla mia, i piedi sul tavolo, e farlo stare zitto è stato impossibile. Non si è fatto il minimo problema, di nessun dettaglio, allora non me ne sono fatto mezzo nemmeno io. E mi sono divertita tantissimo. Perché scrivere alla fine è questo: immedesimarmi in qualcun altro. Che non sono e mai sarò, ma che mi sfida a interpretarlo nella maniera più verosimile che la sua natura richieda. Perciò fingermi un mercenario chiacchierone il cui sangue è capace di avvelenare dei pseudo-vampiri fino a farli esplodere non ha potuto che elettrizzarmi – d’altronde chi non si elettrizzerebbe?

Ma quindi non c’è mai niente di me nelle mie storie, nei miei personaggi? Sono presente nelle rifiniture, nelle comparse, in un’emozione forte. E sono vicina a Iroha, una dei due protagonisti della mia dilogia dark romance dai titoli “Hugging the River” e “Death Warrant”, per altruismo e ingenuità, per continuare a vedere con sorda caparbietà del buono in tutto e tutti. È l’unica che mi ha fatto male muovere, per cui ho faticato. Sarà per questo che raramente i miei protagonisti sono femminili: per comprenderli devo mettere in gioco una parte di me, o una parte di me che vorrei cambiare.

Nella mia dilogia, inoltre, è palese quanto la musica sia importante nel momento in cui devo scrivere, devo creare. Non riesco proprio a farlo senza. Anzi, spesso una scena, un capitolo, se non la storia stessa nasce dalla strofa di una canzone, da una sensazione provata talmente intensamente da sentire il bisogno di inserirla. Posso dire che la musica è la mia vera fonte d’ispirazione per quanto riguarda la trama, mentre le mie letture pulp di libri e fumetti lo sono per quanto riguarda lo stile.


La scrittura per me, a ogni modo, non è solamente un’evasione o un rifugio di idee. È un tramite che ho sempre sperato di usare con le persone. Vengo a conoscenza di un’emozione e voglio provare a romanzarla per donarla sotto altre spoglie a qualcun altro. Voglio scuotere e inorridire, voglio intrigare fino a incastrare il lettore nella mia stessa rete di speranza lasciandolo con il fiato sospeso. E non so improvvisare. Ho molteplici appunti e pensieri alle spalle quando decido di tirare fuori qualcosa; ciò che invece riesco a buttare giù di getto devo rivederlo molte volte, devo prendermi il tempo per valutare la coerenza, per scegliere l’impatto giusto, per ascoltarne la musicalità.


Non credo farei della scrittura il mio mestiere, perché sono convinta si rovinerebbe. Si rovinerebbero l’ispirazione, le mie aspettative, l’ossigeno essenziale che ho bisogno ci sia tra un’idea e l’altra. In più mi piace osservare il mondo, ricevere spunti e aneddoti, lasciarmi influenzare da esperienze altrui, catturare frasi ed emozioni.

E non credo, comunque, che rinuncerei mai alla scrittura. Per ciò che sento e che vorrei far sentire. Per chiacchierare con i miei personaggi ancora per un po’.


Per voi i personaggi sono importanti quanto per me?

Cosa vi porta ad amare più un libro rispetto ad un altro?


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Ringrazio ancora una volta Sara per aver condiviso con me un pezzetto di sé sorseggiando insieme un virtuale te' caldo.

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