DUE CHIACCHIERE CON... MICHELE VINCELLI!
1. Da dove nasce di solito l'idea per un tuo libro? E da dove è nata l'idea per Due Rette Parallele?
Io credo molto che alcune cose della vita ci rincorrono per una ragione. In modo più o meno consapevole vogliono qualcosa da noi. La scrittura mi dà modo di rielaborare quello che mi circonda, che mi insegue, e alcune volte, per "spiegarmelo", nascono viaggi dentro di me.
Nel caso specifico di "Due rette parallele s'incontrano su Venere", il libro è nato dalla quotidianità. Il mio lavoro da psicologo mi permette di avere una visuale privilegiata su alcune dinamiche dell'anima. Spesso ho visto come alcune condanne della vita, se ben gestite, possano essere in realtà un'opportunità. Ecco perché i pazienti vengono per affidarmi qualcosa, ma paradossalmente mi nutro delle loro storie, che diventano per me modelli. È nata così l'esigenza di raccontarmi in qualche modo le fragili e invisibili vittorie che vedo tutti i giorni. Ognuna di esse meriterebbe un libro per darle il giusto merito, restano invece sconosciute e dimenticate. Ho voluto così romanzare due storie che fossero il prototipo di questi fallimenti. Michelangelo, un mio compaesano che notai da bimbo, mi colpì: tutti dicevano fosse un genio, ma tutti lo ignoravano. Non aveva l'aria di un genio, ma quando seppi che inventava cose, mi affascinò. Era diverso dagli altri. Ho così indagato tra i suoi amici e i suoi parenti chi fosse stato. Mentre iniziai questo progetto lessi fortuitamente la storia di quello considerato il più sfortunato del mondo: l'astronomo francese Le Gentil. Ho cercato così di dare una rivincita a questi sconfitti. Ho voluto dare loro la possibilità di "spiegarsi" e ne è venuto fuori un romanzo di ribelli garbati, ossessivi sognatori e forse, nella loro semplicità, fragili eroi da cui imparare qualcosa.
2. Hai una routine di scrittura fissa o scrivi quando arriva l'ispirazione?
Sono sempre in fase attiva, d'ispirazione. Sono sempre in fase di ascolto, di ricezione, come se mi aspettassi che in ogni giornata la vita abbia qualcosa da dirmi. Mi ispira ciò che vedo, ciò che sento, ciò che mi colpisce. Prendo note su quello che mi intriga con il telefonino, ed ho una porta sempre aperta verso la scrittura; un passante che dice qualcosa, una riflessione delle mie bimbe, un post su internet, una osservazione di un paziente durante una terapia. Mi nutro di tutto. Non sempre quel pezzo si incastra nel progetto a cui sto lavorando, magari sarà usato per un altro "gioco"...ma comunque sento di aver preso qualcosa anche da una giornata banale o come tante altre.
3. Hai un luogo ideale per scrivere? Uno che ti stimoli a scrivere oppure qualsiasi posto va bene?
Scrivo generalmente la notte. È il momento in cui ho più tempo e riesco a riorganizzare i pensieri. Lì rielaboro i pensieri e le trame, ma mi capita di scrivere anche in mezzo alla folla...se sono in auto, mi fermo per acciuffare un pensiero o durante una chiacchierata con un amico può capitare di prendere un appunto. Ogni posto è buono perché uso molto il telefono, sul quale scrivo note infinite.
4. C'è una parte del processo di scrittura che più ti mette in difficoltà? Ad es. l'inizio, la fine o magari la revisione?
Sì, la revisione. Il leggere ripetutamente per dar forma al risultato finale mi affatica. Mi piace molto creare, sono un vulcano di idee, adoro sviluppare scenari, connessioni, immagini, ma ritoccare il tutto per dare una forma sinuosa, armoniosa e corale, devo dire che spesso mi annoia.
5. Hai mai avuto un momento in cui hai pensato "Ok, voglio fare lo scrittore!"?
Dopo questo libro lo penso spesso. Vorrei vivere davvero di scrittura...è un bel sogno...ubriacarmi di libri da leggere e dare forma a idee, storie e trame. Sarebbe stimolante essere costantemente in ricerca: le parole giuste da far dire ai personaggi, la prospettiva nuova da cui raccontare la storia, la ricerca di un messaggio da voler inseguire e quindi sviscerare. Sarebbe fantastico, come essere sempre in viaggio, conoscere gente e vivere "tanti tempi".
6. Ti lasci influenzare dagli altri autori? Ne hai alcuni a cui guardi come punto di riferimento?
Si, amo molto la penna di Baricco, Benni... sia per la struttura, sia per lo stile, sia per impertinenza. Mi piace quando la scrittura si gonfia e lascia tracce oltre alla storia, qualcosa nei pensieri. Baricco lo adoro per il suo spingersi in sentieri ambigui, per il suo giocare con personaggi e storie. Non a caso nel mio libro ci sono un paio di riferimenti a lui, uno diretto e uno più indiretto.
Poi ci sono dei libri per me fondamentali; Il maestro e Margherita di Bulgakov e Il ritratto di Dorian Gray, Siddhartha e le Memorie di Adriano. E potrei mai omettere il Signore degli Anelli?
Adoro anche la scrittura di Yalom, psicoterapeuta esistenzialista che in alcuni testi ha approfondito casi clinici da lui affrontati. Lui lo trovo straordinario perchè abbina la competenza professionale di terapeuta a quella di romanziere.
7. Di solito, quando scrivi un nuovo libro, lasci qualcosa di te nei tuoi personaggi? O preferisci distaccarti completamente da essi?
Sai, credo di scrivere per mettere in scena le vite che non ho vissuto. C'è sempre un rimando a me, indiretto o diretto, nel modo di vedere e filtrare le cose. C'è il voler restituire quanto di bello o brutto ho visto, per cui le pagine che scrivo sono inzuppate di me. Non è autoreferenzialità, ma piuttosto tradurre quello che il mio amore, le mie paure, la mia sensibilità vedono.
8. Ho spesso sentito dire che alcuni autori vengono travolti dai loro personaggi, come se avessero vita propria. È successo anche a te? Ti hanno "costretto" a cambiare la direzione intrapresa?
Devo dire che i personaggi che descrivo spesso li vivo sulla pelle. Io credo molto che ognuno di noi sia molto più di un'unica cosa...siamo un groviglio di cose e di parti, di mancanze o attenzioni che ci hanno dato, di situazioni e persone. Penso che nel mio scrivere entro in contatto con alcune di queste cose che vorrei essere, altre che temo, altre che vorrebbero avere più vita, altre ancora che mi hanno donato. Scrivo per riorganizzarmi, vivere avventure, avere più occasioni in una sola vita. È come se il libro diventasse un Horcrux, come in Harry Potter, nel quale metto il mio sguardo, il mio amore, il mio essere.
Ad esempio in questo ultimo libro ho empatizzato molto con l'essere "sbagliati" dei personaggi. Chi di noi in alcuni momenti non si sente sbagliato? Non si sente inutile per questo mondo? Far attraversare ai personaggi del libro le loro paure è stato un modo per imparare ad attraversare le mie...Far cogliere loro la bellezza, la leggerezza, non poteva accadere se io stesso non mi fossi permesso di accoglierle nella mia vita. Ecco perchè cerco di restituire e ridare tutto ciò che mi anima e mi è stato donato.
In questo libro mi sono alleato con degli pseudo sconfitti dalla vita per imparare a perdere senza disperazione.
9. Cosa ti piace di più dei protagonisti di questo libro? Perchè hai scelto proprio figure come le loro?
Li adoro perchè hanno un sogno. Lo inseguono. Sono disposti a farsi male per quello in cui credono senza se e senza ma. Lo fanno senza compromessi o scorciatoie. Oggi è un'esperienza rara questa. Si vive nel riflesso degli altri. Quello che dà senso alle nostre vite non nasce dai nostri sogni, ma da qualcuno che li appoggia o meno. Ecco perchè i miei personaggi sono soli e credo che chi riesce a domare la solitudine dell'angoscia sia un eroe. Tutti i giorni vedo eroi in studio...loro non lo sanno...io tento di mostrare loro quanto sono grandi. Ho sempre un'attrazione particolare per la bellezza collaterale, come dice il film di Will Smith...e quella bellezza va ricercata, non viene data. Credo sia questa la bellezza dei miei personaggi, sono dannatamente veri. Si possono percepire i loro dubbi, le loro paure e incertezze...ma vivono realmente, sono autentici, non brutte copie di sogni altrui. Vivono un'odissea emotiva...interiore...gli altri possono solo intuirla. Ognuno di noi è abitato da questo...ho scelto persone che viste da fuori sembrano sconfitti, ma chi come me per professione guarda il dentro, ci vede la bellezza collaterale. Per questo il libro è duro...è introspettivo...obbliga ad abbandonare la rotta abituale del buon senso e trovare rivincita dove non c'è tanto rumore...saltando nelle pozzanghere...inseguendo onde...ballando...ma più di tutto, perdonandosi.
10. Hai una routine per la scelta dei nomi dei personaggi?
Al momento ho scritto due libri, ed entrambi sono basati su accadimenti reali, per cui gran parte dei nomi fanno riferimento a persone che davvero hanno avuto a che fare con i fatti narrati. Ogni tanto però dissemino qualche personaggio che ha un valore simbolico per me...quindi alcuni nomi si portano dietro qualcosa che mi appartiene. Li ho battezzati nel nome di un senso.
11. C'è un capitolo o una parte del libro che ti ha messo in difficoltà? Possa essere questa emotiva o più tecnica?
Si,il capitolo 23, il capitolo in cui le due rette parallele citate nel titolo s'incontrano. È l'impalcatura morale dell'intero libro. Sono due storie vicine per perseveranza dei protagonisti ma lontane per luoghi e spazi. Nel capitolo 23 le due storie s'intersecano simbolicamente, ma è stato difficile tessere l'espediente per questo incontro improbabile. In effetti l'incontro è in un punto astratto, una città senza tempo e senza nome...un luogo che può essere ovunque e da nessuna parte...come per dire ogni momento è quello giusto per incontrare Venere...
12. Pensando in grande, ti piacerebbe che Due Rette Parallele ottenga un adattamento per il piccolo o grande schermo? O preferiresti che rimanga solo una creatura di carta?
Bella domanda. Mi piacerebbe, in realtà, una drammatizzazione teatrale, credo che alcune parti renderebbero davvero bene...alcuni personaggi, alcuni momenti, sembrano proprio delle scenette teatrali. Ad esempio la morte burocratica di Le Gentil sarebbe spassosa vederla recitare.
Su una cosa sono molto convinto, il libro può essere narrato tridimensionalmente: con dialoghi, musiche e pezzi di riflessioni che contaminano il testo.
13. Con questo libro speri di colpire di più il cuore o la mente dei lettori?
Wooow, bellissima domanda anche questa. Sai, ho imparato dal mio lavoro che esistono persone incastrate nei pensieri e persone incastrate nelle emozioni. C'è una parte del libro che fa pienamente riferimento a questa lotta.
I personaggi del libro sono figure smarrite nei pensieri, che però nel racconto cercano la strada delle emozioni. L'intento del libro è proprio quello di giocare praticamente con questo aspetto. Il lettore viene tormentato dall'inizio con la Quarta regola di Delisle. Questa regola ha a che fare con la conquista della libertà totale, dove si coglie la bellezza del mondo e lo si accetta per quello che è. Ecco perchè il libro passa per la mente ma vuole arrivare al cuore, perchè è proprio in fondo al cuore che si trova la nostra condanna o la nostra libertà.
14. Hai una speranza particolare riguardo a cosa il lettore deve sentire o portarsi nel cuore dopo aver terminato la lettura?
Sembra strano da dire, forse mi prenderai per matto, spero si senta affaticato ma felice. Come la scalata di una montagna: per meritarti il panorama della vetta bisogna faticare. Questa è la solidarietà che i lettori devono dare ai protagonisti. Il lettore deve diventare come Michelangelo o Le Gentil per poter conquistarsi la loro stessa vittoria silenziosa e senza colpi di scena.
Sono consapevole di aver scritto un libro "faticoso", ma era la cosa più coerente che potessi fare per onorare davvero i protagonisti. Non c'è bisogno di ipocrisia, ma di verità...di chi è disposto a smarrirsi come Michelangelo e Le Gentil per conoscerli veramente. Per capire i loro sguardi. Questa è una storia per quei pochi che vogliono raggiungere la vetta, accettando il simbolismo del libro, il disorientamento dei salti temporali, le ridondanze ossessive e la profondità tematica.
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15. Domanda bonus e piccolo suggerimento per gli amici autori: come gestisci eventuali critiche negative? Hai qualche consiglio per superare al meglio questo "ostacolo"?
Prima di risponderti volevo ringraziarti per le belle domande che mi hanno dato modo di approfondire alcuni aspetti di me e del libro.
Allora...
Si, non ho alcun problema con le critiche perchè la verità è che non possiamo piacere a tutti...anzi...paradossalmente con questo libro ho scritto a pochi. Uno dei momenti più belli della mia vita fu quando un'amica organizzò un intero spettacolo teatrale con musiche e poesie al suo ragazzo. Io fui uno dei tanti che si esibì per quell'unico spettatore. Questa esperienza ha molto condizionato la mia vita e il mio modo di vedere. In fondo, nel mio studio da psicologo, assisto anche io a "spettacoli" solo per me: tragedie, resurrezioni, rivincite, ecc. Ecco perchè sono abituato alla qualità e non alla quantità. Non voglio e non posso essere capito da tutti. È giusto così, magari ci sono lettori che hanno bisogno di altro, di leggerezza, e magari la loro lettura è rivolta ad altro. Questo non significa che lui non mi capisce o che io ho sbagliato qualcosa, ma più semplicemente che ognuno deve indossare il vestito che più lo fa sentire comodo. Se qualcuno mi criticasse, non mi sentirei sbagliato e non accuserei di non essere capito. Più semplicemente le nostre strade vanno in direzioni diverse, e c'è bisogno di questo....altrimenti i libri sarebbero tutti uguali.
Quindi il consiglio che darei a qualsiasi amico autore è di scrivere...sempre...con forza, con persistenza, con ostinazione. In un altro posto o magari in un altro tempo ci sarà sempre qualcuno che vi leggerà. E se dovesse essere letto da una sola persona?...Pensate quanto sia prezioso quello che avete scritto.
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Ringrazio sentitamente Michele per aver risposto alle mie domande e, sopratutto, per la pazienza avuta nel farlo! E lo ringrazio anche per aver aperto una parte di sé e del suo cuore ai lettori.
Se queste chiacchiere con l'autore vi hanno incuriosito,
vi invito a rimanere sintonizzati su questi schermi per la recensione.


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